Vulcanica a Napoli

"Per Napoli abbiamo proposto sogni e costruito frammenti, la nostra fabbrica delle Idee."

E noi architetti a Napoli? Che ruolo può avere il progetto di architettura e della città? Una città meravigliosa ma violenta e senza manutenzione, che ancora lascia vivere i suoi cittadini nei bassi e i nuovi migranti nelle baraccopoli insane, come può pretendere da loro comportamenti civili? 
Ma a molti l’architettura sembra inutile, o ingenuamente utopistica, eccentrica, bella ma lontana dalla realtà e così finire dimenticata nei render virtuali, o rigidamente pragmatica, schematica, legata a problemi specifici per finire in blocchi squadrati di costruzioni brutte, noiose, dannose. 
E se, con una difficile acrobazia architettonica, gli architetti riuscissero a soddisfare i desideri della committenza, i bisogni della società e la necessità del bello utile che è l’essenza del nostro lavoro?

E se la costruissimo insieme una città civile? Certo otterremmo comportamenti civili da parte di chi la abita.
Dunque architetti, imprenditori, committenti privati e pubblici rispondiamo  con “cinquanta” progetti di architettura per la città e condivisi con quelle parti migliori di Napoli, facciamole queste ‘cinquanta’ architetture, ma che siano nuove, come nuovi vogliamo che siano i comportamenti indotti!
Proviamo a costruire la nostra utopia: progettare per Napoli, realizzare vere architetture contemporanee, belle e che risolvano problemi urbani, sociali, economici, ambientali.

Anziché mandare al diavolo il contesto, rimanere frustrati, incompresi, “fuire”, noi siamo rimasti qui, da più di vent’anni lavoriamo nella città in cui vogliamo vivere, convinti che per essere veri cittadini dobbiamo contribuire a costruirla questa nostra città.
Ci vuole coraggio e incoscienza; questa è una città che è capace di restituirti tutto il bene che riesci a farle, a noi ha dato famiglia e lavoro splendidi, emozioni umane e urbane intense, ma è anche una città capace di levarti tutto, improvvisamente, senza che te ne renda conto, ti isola da ogni processo e decisione e ti spara addosso proiettili vaganti e cornicioni sgretolati.
Ma la nostra meravigliosa città non è intrinsecamente degradata, congestionata, inquinata o pericolosa, se lo è diventata è perché è stata abbandonata negli anni. Napoli è stata capace di costruire meraviglie: castelli in mezzo all’acqua e funicolari ardite, di conquistare mare e monti, di realizzare quartieri di grandi qualità ed edifici coraggiosi, antichi e moderni, e adesso, che sembra avere paura di qualsiasi cambiamento, la dobbiamo ricostruire più sicura, pulita, florida, smart.
Noi architetti in particolare dobbiamo ritrovare l’orgoglio del nostro lavoro, abbiamo la capacità, e la responsabilità, di assicurarci che non sia la nostra vecchia città a costringerci in un sistema arretrato, ma che sia una nuova Napoli a conformarsi al modo innovativo in cui dobbiamo necessariamente vivere, nel futuro, che è “l’unico posto dove possiamo andare”.

Napoli: città “.. grandiosa: si scende per un'ora verso il mare, non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell'universo” (Stendhal Napoli, 11 gennaio 1817). Napoli, un Paradiso abitato da Diavoli.

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Succede a Napoli_1: la camorra incendia e distrugge gli edifici di Città della Scienza, simbolo del riscatto e della conoscenza.

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Succede a Napoli_2: la costruzione sotterranea della “metropolitana più bella d’Europa” provoca il crollo della città in superficie.

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Succede a Napoli_3: il governo abbatte l’architettura moderna ritenuta responsabile del degrado, è come “bruciare” le streghe.

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Succede a Napoli_4: la guerra tra bande, clan rivali si spartiscono il territorio, baby gang uccidono, nel centro e nella periferia.

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Succede a Napoli_5: i palazzi antichi, maltrattati, si vendicano, i cornicioni si sgretolano, crollano, lasciando vittime sulla strada.

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Succede a Napoli_nord: un ponte stradale che unisce la “periferia” al “centro” è rimasto interrotto per troppi anni, quel luogo storico si è trasformato in una “piazza di spaccio”, dovevamo scansare le siringhe insanguinate durante i lavori, così abbiamo immaginato il ponte “sospeso” su monoliti di cemento tanto inclinati da scansare siringhe, traffico, scippatori, caos e rumori e lasciato scritto sul muro “YES I KNOW MY WAY”, il blues di Pino Daniele, un messaggio di speranza, per quello che lì adesso si può fare “YES”: skate, footing, teatro, danza, o semplicemente sognare, guardando decollare gli aerei dal vicino aeroporto, di contro l’architettura indica anche ciò da non fare “NOT”. Il ponte è una gigantesca utile opera di “arredo” urbano.

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Succede a Napoli_est: il recupero di una grande fabbrica dismessa nell’area post industriale, là dove c’era un’ “area della prostituzione”, una forte resistenza della realtà, un’interruzione fisica e della volontà; un cantiere così grande in un territorio così difficile è una trincea per gli architetti, prima la vecchia fabbrica, tutta chiusa in sé stessa, produceva pezzi meccanici tra i fumi degli altiforni e i rumori delle lavorazioni, oggi è una nuova fabbrica delle idee tra l’acqua e gli alberi piantati fin dentro il cuore dell’edificio. Un edificio simbolo della periferia industriale che aveva divorato le superfici verdi allontanando gli elementi naturali dalla città ora accoglie al proprio interno luce, acqua, aria, terra e la gente che è tornata in quella parte di città. Brin69 contiene un alto valore simbolico e di riscatto sociale.

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Succede a Napoli_centro: progettiamo un frammento del grande Porto, là dove la città storica tocca il mare. Un luogo di confine tra la nostra storia e la nostra geografia. Costruiamo una piazza pubblica, là dove “passano” milioni di passeggeri: viandanti, migranti, turisti; una rete "invisibile" di flussi umani e urbani si materializza con usi diversi e imprevedibili nelle diverse ore del giorno e della notte. “Piazza a mare” rappresenta il desiderio di apertura del porto alla città, un insieme di colonne che si piegano verso il mare, un intreccio di figure, piani a sbalzo forati, che mostrano il passaggio tra città e mare, un progetto che sembra voler “partire”, il primo passo, indispensabile, per poter “tornare”.

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succede a Napoli_sud: grandi cantieri in città, infiniti, interrotti, con tempi incompatibili con la vita di un uomo, sottraggono intere parti della città più bella agli uomini del presente. A Vigliena, sul mare, il grande cantiere per il porto turistico è sospeso da anni, oggi tra i resti di fabbriche storiche, dei cantieri navali spazzati via e della grande centrale termoelettrica si “aggirano” camorristi, pescatori e operai disoccupati. Progettiamo nell’area del cantiere abbandonato una città temporanea, legata al mare, fatta di container dismessi, per restituire la città agli abitanti. 500 container riciclati bastano per la Temporary City. Interventi temporanei che possono diventare “virali”, nei punti più sensibili della città, “agopuntura” urbana per guarire.

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